“Vicentini magna gati”: storia, leggende e curiosità di un proverbio veneto

Tra i detti popolari più conosciuti e discussi della tradizione veneta c’è senza dubbio “Vicentini magna gati”. Una frase pungente, che da secoli accompagna gli abitanti di Vicenza e che ancora oggi viene usata, in tono ironico e bonario, per prenderli in giro.
Ma perché proprio i vicentini si sono guadagnati questo soprannome? E come è nato un detto tanto curioso da sopravvivere nei secoli?

Le origini storiche: la Grande Invasione dei Topi

La leggenda ci porta al 1698, anno in cui Vicenza fu travolta dalla cosiddetta Grande Invasione dei Topi. Migliaia e migliaia di roditori occuparono le strade, i granai e persino le case della città. La situazione divenne talmente insostenibile che le autorità vicentine decisero di chiedere aiuto a Venezia, allora centro di potere e alleata della città.

I veneziani, forti della loro intraprendenza, pensarono a una soluzione semplice quanto efficace: inviarono a Vicenza intere schiere di gatti, convinti che l’eterna lotta tra felino e roditore avrebbe riportato l’equilibrio.

La strategia funzionò: in poche settimane i gatti ripulirono Vicenza dai topi, ridando sicurezza e tranquillità agli abitanti.

Il problema dei gatti rimasti

Quando l’emergenza finì, però, sorse un nuovo problema: cosa fare con tutti quei gatti? Nessuno li voleva indietro e i vicentini si ritrovarono con una quantità enorme di animali che giravano per la città, creando disagi e disturbo.

I gatti, lasciati liberi, si moltiplicarono rapidamente e diventarono ingombranti ospiti. Fu così che nacque l’idea – o forse la leggenda – che qualcuno iniziasse a guardarli non più come alleati, ma come… possibile fonte di cibo.

L’oste Donegani e la “lievre del Donegani”

La tradizione vuole che il primo a sperimentare fu Piero Donegani, oste e bettoliere con bottega sotto la Torre del Girone, in pieno centro storico.

Si dice che Donegani cucinò il gatto facendolo passare per lepre – da qui il nome “lievre del Donegani” – e che il piatto incontrò persino il favore dei clienti. La voce si sparse velocemente e il nuovo “piatto alla moda” diede origine al soprannome che avrebbe segnato i vicentini per sempre: “magna gati”.

Che sia realtà o leggenda, resta il fatto che l’espressione si è fissata nella memoria collettiva ed è stata tramandata fino ai giorni nostri.

Proverbio, mito o verità?

È difficile stabilire dove finisca la verità storica e dove inizi il mito popolare. Alcuni studiosi sostengono che, in tempi di carestia e guerra, non fosse raro che animali oggi impensabili venissero cucinati per necessità. Altri ritengono che il proverbio sia nato più come presa in giro dei veneziani verso i vicentini, per ridicolizzarli agli occhi del resto della Serenissima.

Quel che è certo è che il detto ha avuto un successo enorme, tanto da entrare nel linguaggio comune e diventare uno dei modi di dire più longevi del Veneto.

“Vicentini magna gati” e altri soprannomi veneti

Il Veneto è terra di proverbi e soprannomi popolari, spesso utilizzati per scherzare sulle caratteristiche delle varie città:

i padovani sono detti “gran dottori”, per la loro università storica,
i veronesi “tuti mati”,
i veneziani “bacari”, per via delle osterie,
i trevigiani “gran signori”.

Allo stesso modo, i vicentini hanno ereditato la fama di “magna gati”. Una presa in giro che, a differenza di altri soprannomi, ha resistito più forte di tutti.

Una leggenda che diventa identità

Oggi, ovviamente, nessuno prende alla lettera il detto. È diventato un marchio identitario, un modo di sorridere sulla propria storia e sulle proprie tradizioni. Non mancano, infatti, ristoranti e trattorie che giocano con questo soprannome, proponendo piatti dal nome ironico o eventi culturali che ricordano questa curiosità.

In qualche modo, i vicentini hanno saputo trasformare una presa in giro in un elemento di orgoglio, simbolo della capacità veneta di ridere di sé stessi.

Il proverbio oggi

Nel linguaggio moderno, “Vicentini magna gati” viene usato soprattutto per scherzare tra amici di province diverse, senza cattiveria. È una delle tante testimonianze di come i proverbi veneti sappiano condensare in poche parole secoli di storia, cultura e ironia popolare.